Camminare per le strade di Firenze significa sempre scoprire nuove sfumature di bellezza, arte e storia. In una delle vie del centro, una facciata discreta incuriosisce. Varcata la soglia, è come se si aprisse un portale verso il passato. Abiti, bijoux, calzature… un’infinità di oggetti che portano con sé memorie di feste, viaggi, notti d’amore. E, con esse, un’energia diversa, come se avessero un’anima.
«Un oggetto è interessante perché ha la sua anima, la sua unicità. Infatti anche la clientela dice che qui si sente l’anima dei capi», racconta Beatrice Albrici, proprietaria di ReCollection. Terza generazione di una famiglia di antiquari, ha portato a Firenze la sua collezione vintage, i cui dettagli scopriamo nell’intervista che segue.
Beatrice, come nasce ReCollection e qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a creare questo progetto?
La storia è molto lunga perché abbiamo compiuto 100 anni proprio nel 2025. Tutto iniziò con mio nonno nel 1925, con la raccolta, come si usava allora, di ferri e cose vecchie. Poi aprì il primo negozio, e poi il secondo.
C’è stato il periodo della guerra che ha visto mio padre un ragazzino adolescente. Finita la guerra, anche lui si è dedicato all’antiquariato. A Brescia arrivavano tanti antiquari, fra cui quelli fiorentini, perché il mobilio del ’500 e ’600 bresciano assomiglia al mobilio fiorentino e senese.
Mio nonno è diventato amico di due antiquari, Scipione Coppini e Maria Suonatori, che rimase vedova durante la Seconda Guerra Mondiale, motivo per cui chiese a mio nonno di mandare mio padre o mio zio, giovanissimi, a portare qualsiasi cosa da vendere, perché nel dopoguerra gli americani erano interessati all’antiquariato. Mio nonno caricò cassettoni, cassapanche, di tutto.
Quando mio padre aveva 18 anni, Maria Suonatori si ammalò ed essendo sola lui rimase a Firenze un anno intero ad aiutarla, diventando amico di vari antiquari. Alla fine lei chiese a mio padre e a mio nonno di rilevare il negozio. Mio padre individuò in Giovanni Paderni, restauratore amico, la persona giusta e gli disse di andare a Firenze.
Nel frattempo io avevo un negozio a Brescia e uno a Milano, ed ero già sul settore dei pizzi antichi. Poi, circa 18 anni fa, il mio attuale compagno, antiquario, prese in mano una casa milanese di un conte e una contessa senza figli. Ho comprato 183 vestiti da sera, più accessori. È da anni che sto vendendo queste cose. Alcune di queste sono finite in mostre di beneficenza, in teatri e golf club. È stato un acquisto enorme.
Poi siamo arrivati a Firenze: quasi vent’anni fa si ammalò Giovanni Paderni. Il negozio rimaneva senza capo e mio padre mi disse: “tu devi andare a Firenze”. Ho obbedito e oggi sono qua.
Ho portato con me quello che avevo ed è stata una crescita pazzesca. Era il momento giusto per il vintage, io ero carica di cose belle, e il pubblico era prontissimo. Oggi c’è questo che vedete: un agglomerato che mantiene il volto dell’antiquariato di un tempo, per oggi.
ReCollection lavora con capi vintage selezionati con grande cura. Come avviene questa selezione?
Sono io che acquisto i capi e devo essere grata proprio a una preparazione da antiquario, perché a volte vedo video di tanti commercianti stimabilissimi del vintage, ma non c’è la preparazione antiquariale. E questo fa la differenza nel senso che non perseguiamo le Chanel perché sono Chanel, o l’Hermès perché sono Hermès. Prima l’oggetto deve essere raro, bello e interessante, e poi ben venga la firma o la sartorialità. Questo gusto al prezioso, al particolare, al raro, secondo me affonda proprio le radici nella preparazione comunque proveniente da tre generazioni.
Ma fai proprio una ricerca? Come funziona?
In questo ci vuole fortuna: c’è la signora che mi chiama proprio da Firenze con dei capi bellissimi. Ma la cosa divertente è proprio la mia ricerca. Faccio un giro in Francia tre o quattro volte all’anno, o a Londra, piuttosto che attraverso contatti, ed è lì che trovo i capi più estrosi che porto indietro.
Soprattutto per l’antico che riguarda l’intimo, i pizzi, i mattinée: in Francia c’era più ricchezza, un panorama di nobilità molto più ampio. Già città come Parigi, Bordeaux o Lione, per tutto quello che riguarda l’Ottocento e il Liberty, hanno molto di più dell’Italia.
Parliamo di abiti, cappelli, teatri: vivevano vite più bohémienne di quelle che si potevano vivere in Italia, quindi c’è molto più materiale. Ed è una goduria.
È già successo di trovare qualcosa inaspettata in un posto che non immaginavi?
Sì, guarda, anche non solo parlando di vintage: secondo me ci sono delle combinazioni, delle attrazioni particolari. La cosa più travolgente che mi è successa riguarda Maria Antonietta, di cui sono appassionata fin da ragazzina. Ho una marea di libri, anche antichi.
Un giorno ero al mercato delle pulci di Parigi. Eravamo lì dalle 7 del mattino, erano le 14 e stavamo uscendo. In una parte non tanto carina vedo un vicolo, giro la testa e vedo un baracchino in fondo: qualcosa mi ha detto che dovevo andare là. Su questo banchetto c’era un plico con le ultime lettere di Maria Antonietta ai figli, prima di morire. Lettere dell’Ottocento ai due figli che stava lasciando, sapendo che sarebbe stata ghigliottinata poche ore dopo, e alla sorella di 15-16 anni. Ti dico, ho pianto.
Ho letto qualcosa durante il lockdown, ma ho dovuto smettere perché stavo troppo male. Però quello che dico è che a volte ci sono delle cose che mi chiamano, e trovo sempre qualcosa di speciale.
Un’altra volta, a New York, avevo 20 anni: ho comprato una miniatura su argento raffigurante il cardinal Albani. Tornata, abbiamo pubblicato un annuncio e mi ha scritto uno studioso chiedendo foto dettagliate. Ha scoperto che era di Goya. Mi ha spiegato che Goya mascherava le firme sotto la vernice. Qualche anno dopo ci ha mandato tutta la documentazione.
Questo per dire che ci si porta dietro, anche senza volerlo, degli occhi più vecchi di te. A forza di vedere cose belle, si acquisisce una sensibilità, non solo per gli oggetti, ma anche per i clienti. Se uno non capisce cosa sta acquistando, io non vendo. È più di una semplice vendita: creiamo un feeling che dà senso a venire in negozio e a lavorare fino a 90 anni, come fa mio padre. Perché è bello, perché ti dà gioia, perché ha un senso. Altrimenti è solo vendere e comprare.
Il modo in cui è descritto la scelta dei capi fa sembrare che abbiano un’anima, una personalità. È così?
È vero. Una volta sono arrivati in negozio tante capi e sembrava un esercito di donne entrando qua, perché era molto identificabile il loro gusto. Abiti anche che non avrei preso, però io sentivo l’energia delle donne. Quando mi vendi un capo, insieme viene una parte di te. Infatti, anche la clientela dice che qui si sente l’anima dei capi.
Parliamo un po’ di sostenibilità? Oggi come sappiamo ci sono tutte queste catene con capi “usa e getta”, e qui valorizzate tanto i capi, il riuso…
Questo penso sia ciò che ha dato la grossa spinta al vintage, anche grazie agli stranieri. Ragazze giovanissime, anche di 14 anni, molto preoccupate per la sostenibilità, che scelgono il vintage proprio per questo. Infatti cerchiamo di evitare tessuti con meno durabilità: qui sono tutti capi di lana, seta, lino. Questo è stato un canale importantissimo per il vintage, soprattutto per il tema della sostenibilità dei materiali.
Poi è fondamentale il riuso. Ho avuto persone anziane che mi hanno dato le loro cose sapendo che sarebbero andate in giro per il mondo. Non volevano che finissero, volevano che avessero una nuova vita. Ed è molto bello sapere che un capo che non ti va più bene, o che non hai più l’età di portare, verrà indossato da un’altra ragazza che lo porterà in giro per il mondo.
C’è anche da dire che la moda di prima non era vertiginosa come oggi. I vestiti non venivano buttati: li usavamo finché ci stavano e poi magari passavano alla sorella. Questo “usa e getta” vedo che soprattutto le ragazze più sensibili non lo vogliono. A volte una cosa sembra bella, poi la tocchi e capisci che non lo è davvero.
Oltre al materiale c’è una povertà di creatività, perché ormai copiano tutto. Un oggetto è interessante perché ha la sua anima, la sua unicità.
Anche nel mondo delle spose vediamo questo: ci sono spose che scelgono l’abito pensando già a cosa farne dopo, qualcosa che possa essere usato nella cerimonia ma anche in seguito. Oppure si studiano cambiamenti per trasformarlo in un abito da cocktail.
Puoi recuperare tantissimo anche da un abito fuori moda. Quando trovi tessuti belli non puoi scartarli solo perché la foggia non si usa più.
Poi c’è tutto il mondo degli stilisti, che è stato importantissimo anche nella mia formazione. Soprattutto quelli che hanno lavorato con grandi marchi come Dior, Valentino, Armani: hanno l’occhio di chi ha maneggiato cose bellissime. Vederli lavorare ti apre gli occhi. Una cosa che io mettevo in testa loro la usavano per la spalliera, una cosa dritta la mettevano al contrario. I bravi stilisti hanno dato moltissimo al vintage. Hanno dato il valore dell’idea. Pescano l’idea: magari smembri una bella giacca, un bel pizzo, un bel fiore, lo distruggi, ma per creare qualcosa di nuovo. Ed è questo il grande valore.
Sia Antica Torre Tornabuoni che ReCollection lavorano sull’idea di valorizzare il passato rendendolo contemporaneo. Secondo te, quali sono i punti di contatto tra una residenza d’epoca e un negozio di vintage?
A me piace molto il fatto che anche offriate un’esperienza di un certo tipo. Non è solo lavoro per il lavoro: ci sono dei valori a cui teniamo, che ci piace rimangano e che si percepiscano.
Firenze ha Via Tornabuoni con i brand più famosi al mondo, ma basta girare l’angolo per trovare un negozio di nicchia, ancora un po’ di artigianato, qualche mercato regionale. E poi ci sono alberghi come il vostro, dove vivi un’emozione, dove vuoi rimanere legato al ricordo di quella settimana a Firenze, un ricordo che rimane nel cuore.
Ci lega tanto un modo di lavorare non banale. Non perché vogliamo lasciare il segno nelle persone per forza, ma perché abbiamo amore per un certo modo di lavorare che fa parte di noi. E penso che questo sia ciò che ci unisce.
Un’ultima domanda: per chi non è ancora entrato nel mondo del vintage ma vuole cambiare approccio e allontanarsi dall’“usa e getta”, quali consigli daresti?
Sicuramente è un gran risparmio, fai sempre un buon affare. Al vintage, anche se trovi un capo caro, un Hermès, uno Chanel, non è mai come andare in negozio, e già questo è una cosa convincente. Poi, si valorizzano. I capi storici aumentano di prezzo. Ci sono tante cose sartoriali, cose progettai per durare nel tempo, anche alle modifiche stesse della tua forma.
Se uno sta veramente attento, guarda con attenzione, esce con veri affari. Bisogna guardare con calma, ogni capo. Se decidi di dedicare una mattina a cercare, vedrai che tu trovi il prezzo che vuoi, la qualità che vuoi, quello che ti sta bene, e fai veramente un ottimo affare.
